La puntata di questa settimana, dedicata al Roero e agli altri terroir del Nebbiolo è quella che più mi ha dato da lavorare, e in realtà quella da cui è nata l’idea dell’intero Seminario. E’ accaduto lo scorso Vintaly, quello del 2023, in cui ho incontrato Gianpiero Gerbi, giovane enologo figlio del Professor Vincenzo Gerbi, ordinario all’Università di Torino nonché accademico dell’Accademia dei Georgofili e vice presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, una delle personalità più autorevoli del mondo del vino italiano e riferimento massimo per il Nebbiolo. Gianpiero Gerbi si è dedicato negli ultimi anni ad un territorio nebbiolesco fra i meno conosciuti, benché canonizzato da una DOC che vanta ormai 27 anni di storia, quello dell’Albugnano. Un piccolo ritaglio di Piemonte che permette di arricchire di un ulteriore elemento di diversità il già ricchissimo mosaico geologico del Nebbiolo, offrendo terreni di prevalenza gessosa che non si trovano in nessun altra denominazione. Una delle interpretazioni più convincenti fra quelle offerte dal pugno di produttori raccolti intorno alla perizia tecnica di Gianpiero Gerbi è certamente l’Albugnano DOC Superiore 549 2019 di Tamburnin, che ha un passo disteso e una tessitura di bella stratificazione, da cui esce con maggiore leggibilità l’impronta distesa e lineare di questo singolare territorio.
Al centro della degustazione ci saranno due interpretazioni molto diverse del Nebbiolo del Roero. Il Roero DOCG Roccapalea 2020 di Tibaldi è un Roero impostato sulla finezza, declinato attraverso la botte grande e capace di assommare spunti aromatici ben articolati e tratti espressivi al palato di convincente carattere ed armonia. Il Pandorae Vas 2021 di Bajaj
Ancora, il Monferrato DOC Nebbiolo Gatto Matto 2021 di Pierfrancesco Gatto, un vino che aspettavo sfoderasse l’annata giusta da diverso tempo, e che dopo le prime annate di registrazione ha trovato il passo del fratello maggiore, la sontuosa Barbera d’Asti Superiore Riserva Vigna Serra 2017 che i partecipanti alla degustazione di tre anni fa ricorderanno ancora bene. Affinato in botte piccola, trova con questo 2021 la trasparenza necessaria a far emergere con chiarezza il timbro del Nebbiolo di livello attraverso la voce di un territorio tanto diverso da quelli più canonizzati delle Langhe e Roero e dell’Alto Piemonte.
Infine il Canavese. E’ un areale dominato dall’Erbaluce, in cui il Nebbiolo è ancora un personaggio in cerca di autore. A lungo collocato in una sorta di limbo, prima associato all’Alto Piemonte, da cui lo separa uno stacco geografico significativo, poi al contiguo Nebbiolo di Carema e Donnas, con cui la discontinuità in termini geologici e microclimatici è ancora più netta, il Nebbiolo del Canavese ha in realtà un’identità propria e merita perciò una trattazione dedicata. Si tratta di colline moreniche imparentate con quelle dell’altopiano fluvioglaciale del Ghemme, che tuttavia non gli corrispondono per alcuni tratti non minori, in cui si realizza un diverso microclima e infine si coltivano storicamente altre uve complementari come il Neretto. Questa sera assaggeremo il Canavese DOC Nebbiolo Nobilis 2020 di Cascina Roletto. Come si capisce già dal nome, l’interpretazione di Cascina Roletto è un tentativo di comporre un Nebbiolo serio, che non insegue stilemi di moda e cerca nella medietà e nella misura la sua identità. Sarà molto stimolante vederlo in comparazione con gli altri Nebbiolo di questa carrellata.
Canavese DOC Nebbiolo Nobilis 2020 – Cascina Roletto Albugnano DOC Superiore 549 2019 – Tamburnin Monferrato DOC Nebbiolo Gatto Matto 2021 – Pierfrancesco Gatto Pandorae Vas 2021 (Nebbiolo del Roero in anfora) – Bajaj Roero DOCG Roccapalea 2020 – Tibaldi
Lessona DOC Tanzo 2013 – Pietro Cassina Il Lessona Tanzo 2013 di Pietro Cassina è stato la più bella sorpresa dei banchi d’assaggio di quest’anno. Pietro Cassina ha una bellissima cantina con bellissime vigne nella denominazione forse più aristocratica d’Italia, da cui trae da sempre vini di spiccata finezza e salinità coronate da uno spettro aromatico di agrumi e fiori macerati di rara intensità. I lunghissimi affinamenti in legno hanno tuttavia spesso affievolito l’espressività di vini che io ho sempre aspettato diventassero quello che chiaramente sono. Ecco, l’attesa è terminata: il vino complesso e raffinato, chiaro e preciso, maturo ed integro nonostante esca per la prima volta dalla cantina con la bellezza di 11 anni di vita è arrivato, e non a caso l’ho lasciato a chiudere la degustazione. Gattinara DOCG Valferana 2019 – Paride Iaretti Il Gattinara Valferana 2019 di Paride Iaretti è un bell’esempio di Gattinara classico da grande annata di potenza, espressione di una delle vigne più eleganti e dolci del comprensorio tendenzialmente severo e possente, a tratti persino aspro di questa grande denominazione. La sua ottima qualità sarà un ottimo metro di paragone per il mostro che gli succede. Gattinara DOCG Riserva Osso San Grato 2019 – Antoniolo Il Gattinara Osso San Grato 2019 di Antoniolo è una nuova grande versione di quello che è ormai considerato uno dei più grandi vini d’Italia. Il che vuol dire del mondo, anche. La storia degustativa di tanti appassionati non raramente si divide fra l’esperienza prima di avere assaggiato un Osso San Grato, e dopo. A me è successo con la 1999, annata imperfettibile e vino di levatura davvero mondiale. Il 2019 si presenta dopo venti anni esatti con caratteristiche diverse, ma sempre con le insegne della grande annata. Vale da solo il biglietto, come si dice. Ghemme DOC Riserva 2000 – Rovellotti Il Ghemme Riserva di Rovellotti è un grande classico dei vini dell’altopiano fluvioglaciale che costituisce la base geologica delle tre denominazioni meridionali della provincia di Novara, Ghemme, Fara e Sizzano. Sono vini dal passo evolutivo molto cadenzato, che prevedono tempi di affinamento obbligatorio fra i più lunghi in assoluto. Questa Riserva era fra le più promettenti all’uscita, e l’ultima volta sette anni fa era ancora in ottima forma, sono molto curioso di vedere che cosa dirà domani sera. Boca DOC 2008 – Barbaglia Il Boca 2008 di Barbaglia è la migliore annata della fase “spezie e tannino” di questo vino, che ho seguito con particolare assiduità negli anni, essendo la titolare Silvia un’amica sin dalle mie primissime esperienze nel mondo del vino. Oggi il suo Boca ha raggiunto una forma assai diversa, molto più soffusa e dolce già all’uscita, vedremo se l’invecchiamento avrà esaltato il potenziale di complessità ed energia della fase giovanile. Bramaterra DOC 2019 – Antoniotti Il Bramaterra 2019 di Antoniotti completa con i due Gattinara una terna di tre 2019 da porfidi da cartolina. Ritroso e schivo, profondo e ispirato, articolato e gustoso come pochi altri vini di questi anni, completa in maniera ideale la fisionomia composita del grande Nebbiolo da porfido dell’Alto Piemonte. Il vino forse più modesto della zona sta guadagnando anno dopo anno in definizione e precisione, imponendosi sempre più chiaramente come uno dei pochi grands vins di questa parte di Piemonte.
Alpi Retiche IGT Nebbiolo Li Curt 2015 – Involt Agnelot Involt Agnelot è una piccolissima realtà che al suo primo anno di produzione ha sfoderato un’interpretazione in anfora del Nebbiolo di Valtellina di stupefacente nitore. Senza dubbio la più bella novità degli ultimi anni in Valtellina (e forse del Nebbiolo tutto) certamente avviata a diventare un nome importante. Valtellina Superiore DOC Riserva Dossi Salati 2019 – Dirupi Ero andato da Dirupi per prendere il loro Sforzato 2020, che ricordavo succosissimo, ma ci ho trovato un 2021 di statura minore. In compenso mi aspettava al varco un Dossi Salati 2019 in forma fantasmagorica, non credo di avere mai assaggiato un loro vino così buono. Ed essendo a mio parere la migliore cantina valtellinese dopo ArPePe… Valtellina Superiore DOC Riserva Rocce Rosse 2016 – ArPePe ArPePe è ormai assurta al rango strameritato non solo di cantina più prestigiosa della Valtellina, ma anche di uno dei grandi interpreti assoluti del Nebbiolo da lungo invecchiamento. Il lavoro di Emanuele, avviato con grande dedizione ben 15 anni fa, ha profondamente rivisto l’intero approccio produttivo con scelte estreme, e sta cominciando a dare i frutti attesi. Il Rocce Rosse 2016 è un vino che si avvia a diventare una pietra miliare.
Donnas DOC 2016 – Caves de Donnas Il Donnas 2016 delle Caves de Donnas è la migliore annata delle ultime dieci di questa etichetta, un classico che entra ora nella sua fase di piena espressione. Carema DOC Etichetta Nera 2001 – Ferrando Infine il Carema Etichetta Nera di Ferrando è un vino di culto, conteso dagli appassionati sin dall’uscita bottiglia per bottiglia. La 2001 è una delle più grandi annate mai prodotte, ormai semplicemente introvabile, stimo un valore commerciale non inferiore a 200 euro. Mai mossa dalla cantina sin dall’uscita, come la mia, non saprei proprio dire…
Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore Prünent Diecibrente 2019 – Garrone La DOC Valli Ossolane è la più recente fra quelle alpine. Il miglior produttore (e direi l’unico di alto livello) della denominazione è Cantine Garrone, il vino di punta il Prunent Diecibrente. Ma il 2020 assaggiato giusto domenica al Castello di Novara era piuttosto ridotto. Così sto vedendo se riesco a reperire una bottiglia del Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore Prünent Diecibrente 2019 per domani sera. Se arriva, la serata sarà davvero da incorniciare.
La Sardegna è un gigante in marcia. I suoi passi sono poderosi, rimandano vibrazioni che si propagano in profondità attraverso i suoli spesso granitici dell’isola per riemergere in terre lontane, ovunque vi sia attenzione per il vino autenticamente territoriale. L’eco di questi passi è ancora lieve e soffusa, ma la suggestione già intensa e vivace, l’identità forte e netta, la promessa di qualità già tangibile. Questa è la chiara impressione che è emersa da una degustazione che ha avuto un solo limite, quello del numero di assaggi, visto che ognuno dei territori appena toccati avrebbe meritato una serata tutta per sé. Andiamo a raccontare.
La mia Sardegna ricomincia a Mamoiada. E’ qui, nel cuore della Barbagia, che da qualche anno si è raccolto un gruppo di produttori capace di lavorare in sinergia per valorizzare un tesoro di storia, vigne e famiglie il cui potenziale mi è parso immediatamente degno della ristretta cerchia dei grandi vini rossi italiani, che sulle punte delle mie dita si contano in poco più di una mezza dozzina. Qui c’è davvero tutto. Un territorio storico su cui si sono sedimentate la dedizione e la sapienza di numerose generazioni di vignaioli, imprimendo la filigrana tipica di ogni grande vino: la toponomastica per vigneto, che qui prende il nome delle Ghirade. Una matrice geologica fortemente distintiva, il granito, che imprime ai vini finezza e tensione, complessità e tenacia gustativa. Il vitigno principe dell’isola, il Cannonau, che esce dall’anomia del passato per acquisire finalmente tratti definiti, entro cui la variabilità di terreni, microclimi e stili permette finalmente di leggere l’identità di ogni etichetta. Un numero significativo di piccoli e spesso piccolissimi produttori di lungo radicamento, tesi ad inseguire e nei migliori casi ad accrescere e cesellare pazientemente la massima qualità dei loro vini.
Questa sera ho portato i due vini che più mi hanno convinto per la qualità del vino nel bicchiere, ed insieme per lo stile impresso da ogni produttore al proprio vino.
Cannonau di Sardegna DOC 2022 Ghirada Fittiloghe – Francesco Cadinu Francesco Cadinu è un piccolissimo produttore che presenta quattro etichette da vigne vecchie e vecchissime, tutte lavorate in acciaio e di particolare finezza e trasparenza espressiva. Sin dal colore i Mamoiada di Cadinu esaltano la leggerezza, i toni brillanti di un bel rubino acceso aggraziato da lievi cenni granata, a cui corrispondono puntualmente nasi nitidi e precisi, capaci di dettaglio, e bocche armoniche e infiltranti. Ghirada Fittiloghe è la vigna più vecchia, oltre 120 anni, che porta nel bicchiere un frutto gelée appena meno acceso del delizioso Ghirada Loreto, ma una corona di erbe officinali e lievi note di radici trapuntate da un costante e delicato rimando balsamico davvero convincente. La bocca è altrettanto lineare, succosa, capace di esprimere una notevole pressione sia in ingresso sia in chiusura mantenendo una compostezza e una grazia non comuni, destinate ad accompagnare a lungo il retronaso dove emergono con maggior chiarezza le note aromatiche più dettagliate, i fiori secchi in primis. E’ solo a questo punto che si manifesta la gioventù di un vino il cui tannino setoso non manca affatto di presenza e carattere, e annuncia una longevità che sarà molto interessante esplorare nel tempo. E’ il mio campione del Mamoiada di ottava alta, ed una mano di rara bellezza. Immagina un altro decennio di esperienza e lavoro, la crescita della fama della zona e del produttore; i paragoni che oggi non è opportuno fare che si impongono da soli. I miei due centesimi li scommetto qui.
Cannonau di Sardegna DOC Riserva 2019 – Mussennore Quello con Mussennore è stato un amore a prima vista. La bottiglia lasciata sul banco dal produttore alla fine di una manifestazione milanese, l’assaggio senza alcuna introduzione. Il naso. Il silenzio. L’assaggio. Il fragore. Non capita tutti i giorni di trovare un nuovo grande vino. Il dubbio: la stanchezza? la potenza? la bella etichetta? il desiderio della scoperta, simile a quello di innamorarsi? La ricerca, le telefonate, le spiegazioni, il carattere. L’attesa. Il riassaggio. Il vino c’è. La prima degustazione pubblica con un piccolo gruppo degli appassionati più fedeli, l’approvazione unanime, l’entusiasmo, l’ammirazione addirittura. Cerco altre bottiglie del Ghirada Palagorrai 2019, vino che offre una ricchezza e una profondità rare, ma non ce ne sono più. La Riserva 2019, una selezione strettissima delle uve più belle, a maturità apicale, ha colore rubino più cupo e fitto, un frutto più asciugato anziché cotto, e un profilo in bocca più affusolato di quello imperioso e densissimo del fratello minore che mi aveva colpito tanto. Toni più composti, tessitura aromatica più serrata e dettagliata; bocca più stratificata e articolata; carattere più serioso ma anche più assertivo nella sua fermezza; trama tannica più levigata e insieme più leggibile, come se fosse avviluppata in un fascio di succo più sottile; un fascino indiretto e quasi ritroso, ma magnetico, ineludibile. Alla fine della serata il vino preferito dalla sala. Per me pari merito con il Fittiloghe di Cadinu. Quello l’ottava alta, questo quella bassa. Yin e Yang.
Mandrolisai DOC Rosso 2021 Memorias Creccherie – Fradiles Mandrolisai è il centro geometrico esatto della Sardegna. Appena una ventina di km a sud-ovest di Mamoiada, ne condivide la matrice geologica basata sul disfacimento di un profondo strato di granito, che rappresenta il filo rosso che emerge puntualmente nel bicchiere nelle forme della sapidità soffusa, del tannino asciutto e saporito, dell’agilità e della tensione di trama. A confermare il lignaggio aristocratico di questi vini di Sardegna, il dialogo territoriale fra Mandrolisai e Mamoiada è lo stesso che c’è fra le Langhe ed l’Alto Piemonte, fra Montalcino e il Chianti, fra il Taurasi e il Falerno: il vitigno principale in purezza da una parte, l’uvaggio con gli autoctoni di zona dall’altra. Nel caso del Creccherie, al Bovale e al Monica si aggiungono altri vitigni minori che ne popolano la vigna centenaria, arricchendo il profilo aromatico e conferendo alla bocca raccordo e continuità di progressione. Ciò che mi ha colpito all’assaggio è stata la profondità del naso, che appena superata la nota dei legni apre un caleidoscopio di frutti scuri ma nitidi, rimandi resinosi, spunti vagamente speziati in mezzo a sinuose zaffate di macchia mediterranea, senza tralasciare qualche accento sanguigno, e in fondo a tutto le premonizioni di quella bocca sapida e fitta, persistente, che lascia intuire un potenziale davvero importante.
Carignano del Sulcis DOC Superiore 2020 Arruga – Sardus Pater Il Sulcis è uno dei territori più caratterizzati del vigneto italiano. L’areale, situato all’estremo sud-occidentale della Sardegna ed esteso anche sulle vaste isole di Sant’Antioco e San Pietro, è caratterizzato da terreni sabbiosi dove la fillossera non prolifera facilmente, che danno vita a vigne di grande suggestione, alcune a piede franco e molto antiche. Il Carignano, diffuso in molti altri areali del Mediterraneo e anche in Sudamerica e Sud Africa, dove è considerato una varietà maggiore, è un vitigno non facile da interpretare, che divide le opinioni degli stessi produttori della zona, alle prese con tendenze evolutive che devono essere gestite con attenzione, ma che sa offrire vini di notevole ricchezza ed intensità. E’ il caso di questo Arruga, che si presenta con un rosso rubino carico e si apre immediatamente con note fruttate accese, in cui è evidente la maturità della ciliegia e del lampone ma si spinge fino allo spettro del frutto tropicale e si concede anche una punta sciroppata, affiancato da confortanti note balsamiche ravvivate da un tocco di ginepro. La bocca è distesa, rotonda e succosa, con tannino non particolarmente fitto, l’integrazione con il legno in divenire, nel complesso equilibrata.
Vernaccia di Oristano DOC Riserva 1997 – Contini La Sardegna offre alcuni vini dolci di fama e qualità straordinarie. Fra di essi spicca per storia e vertici espressivi la Vernaccia di Oristano di Contini. La cantina risale al 1895, ma è la Vernaccia la vera protagonista. Nei pressi della cantina, nel sito archeologico di Sa Osa, sono stati ritrovati semi di un vitigno affine alla Vernaccia odierna risalenti a oltre 3.000 anni fa, permettendo di riscrivere la storia della diffusione della vite nel bacino del Mediterraneo. Siamo al cospetto di uno dei vini di più antico radicamento che esistano al mondo. Oltre al fascino di una storia che si intreccia direttamente con le narrazioni omeriche. il carattere di questa Riserva del 1997 assorbe le tracce di un microclima e di una geologia unici, che favoriscono lo sviluppo in botte scolma della preziosa flor da cui dipende l’eccezionale ricchezza degustativa che si trova nel bicchiere. L’intensità degli aromi si sprigiona sin dalla stappatura, saturando presto i sensi delle più classiche note di frutta disidratata e degli accenti mielati, in mezzo a cui si fa largo una panoplia di frutta secca, da cui si staccano nette note floreali, a cui fanno da controcanto lievi sfumature più cupe e sottili, fino alla carruba e al mallo di noce. Un’esperienza in ampiezza della ruota degli aromi con pochi paragoni. In cantina aspetta da quasi vent’anni una Riserva del 1978, che prima o poi si deciderà di aprire. In una serata dedicata a questo piccolo monumento dell’enologia italiana.
I rossi dell’Etna sono la grande attrazione di questi ultimi anni del mondo del vino italiano. Dopo i grandi classici di Barolo, Barbaresco e Montalcino; dopo l’affermazione dei SuperTuscan e in particolare dei vini di Bolgheri; dopo l’emersione imperiosa fatta di qualità e quantità dei due vini veneti agli estremi opposti della gamma chiamati Amarone e Prosecco: ecco l’Etna. Il successo è fatto di quattro ingredienti principali. Un territorio unico, dominato dalla suggestione possente e quasi spaventosa del vulcano, abbracciato dal mare e scaldato dal sole cocente della Sicilia, l’isola fantastica al centro di ogni storia. Una tradizione vitivinicola antica, capace di esprimere un tipo speciale di cantina di vinificazione, il palmento. Un rilancio produttivo e di immagine fortunato che ha trovato uniti i piccoli produttori locali e i grandi investitori venuti dal continente, e persino da altri continenti. Soprattutto, spesso sottovalutato, un vitigno di grande carattere ed espressività, il Nerello Mascalese. È al Nerello Mascalese che vorrei perciò rendere onore ed omaggio, più che alla personalità dominante del vulcano, sdoppiando la degustazione in due serate. Questa prima serata è dedicata a Iddu, all’Etna, come chiamano in zona il vulcano.
Etna DOC Rosso 2019 – Graci Sulla scia del lavoro pionieristico svolto da Benanti e dall’enologo Salvo Foti, insieme a Girolamo Russo oggi Graci è uno dei due produttori di vertice della denominazione. Li affiancano per fama e prestigio gli altri due grandi nomi dell’Etna, Passopisciaro e Terre Nere. Il suo Etna Rosso base, di corpo piuttosto agile e dal profilo aromatico preciso, in cui si riflette l’impronta di Alberto Graci, è perciò un ottimo metro di comparazione per ogni degustazione di Nerello Mascalese. L’affinamento non si svolge né in acciaio né in legno, bensì in cemento.
Etna DOC Rosso Ripiddu 2019 – Filippo Grasso Durante i quattro giorni di Vinitaly sono passato spesso fra gli stand dell’Etna in cerca di produttori particolarmente convincenti. Anche per via di una particolare china stilistica presa negli ultimi anni dalla zona, che potremmo definire sinteticamente borgognona, ho fatto una certa fatica a trovare piena soddisfazione, e stavo quasi per deporre le armi quando sono capitato all’ultima ora di mercoledì pomeriggio allo stand di Filippo Grasso. Ci ho trovato Mariarita Grasso e il marito, gentilissimi e affabili, che mi hanno fatto assaggiare i loro vini. E io li porto a voi per risentirli insieme, in un contesto meno affollato e con la calma che si meritano. Questo è l’Etna base, l’altro è il Capu Chiurma.
Etna DOC Rosso Outis 2018 – Biondi Ciro Biondi è uno degli esponenti della nouvelle vague etnea della prima ora. Il suo Outis (Odisseo, Ulisse) era già presente nelle degustazioni dei primi Etna all’inizio degli anni 2000, spesso disorientando il palato di chi da un vino siciliano si aspettava dolcezze e maturità estreme, e si ritrovava nel bicchiere colori diafani, lame acide e aromi sottili. Da allora molte cose sono cambiate, altri vini si sono aggiunti al catalogo di Biondi, e anche l’Outis, che affina in parte in legno piccolo ma vecchio, ha guadagnato profondità e ricchezza di espressione.
Etna DOC Rosso Capu Chiurma 2018 – FIlippo Grasso Il Capu Chiurma è in dialetto locale letteralmente il capo della ciurma, ovvero il coordinatore della squadra di vendemmia. E’ a questa figura che rende pienamente l’atmosfera del luogo, quasi che sull’Etna la vendemmia fosse una specie di arrembaggio di pirati ai fianchi della montagna, per strapparne a colpi di sciabole e pugnali i suoi tesori più preziosi, che viene dedicata la selezione delle migliori uve dei vigneti di Filippo Grasso. Come il fratello minore Ripiddu, anche questo Capu Chiurma affina solo in acciaio, e questo è uno dei suoi passaggi caratterizzanti.
Giovedì 12 maggio alle 21:15, in Piazza della Motta 4 a Varese.
La serata si terrà con un minimo di 8 partecipanti.
Il Sangiovese è un vitigno di grande espressività, che si traduce anche nella capacità di restituire con precisione le variazioni del territorio in cui sono coltivate le uve, oltre che le lavorazioni che gli sono impartite sia in vigna sia in cantina. Questa consapevolezza è ben radicata sia fra i produttori delle numerose denominazioni a cavallo della parte centrale dell’appennino che declinano la geografia del Sangiovese, sia fra gli appassionati che certamente percepiscono come vini diversi un Morellino e un Brunello, un Romagna Superiore e un Chianti Classico, un Rufina e un Montespertoli. Diversamente dal mio solito, ad un approccio più metodico questa volta ho preferito la traccia dei rapporti personali, che mi hanno portato a raccogliere uno vicino all’altro quattro Sangiovese di quattro amici. Un amico appassionato di degustazione che è diventato un produttore, due produttori che sono diventati amici di degustazione, un produttore che non conosco ancora portato in dono da un’amica di degustazione. Una specie di proprietà invariantiva del vino: cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia: il vino che una volta finito nel bicchiere si dimostra capace di esprimere personalità, storia e racconto, e di accarezzare i sensi con voluttà.
Rosso di Montalcino DOC 2018 – Le Ragnaie E’ il vino di Riccardo Campinoti, che conobbi a Montalcino quindici anni fa in occasione di una degustazione fatta fra appassionati, lui fra questi, ospitata nella cantina del padre che lui avrebbe trasformato negli anni successivi, portandola a ricevere oggi punteggi fra i più alti in assoluto. Fra i racconti delle avventure rugbystiche di Riccardo e l’incrociarsi quasi da romanzo di Calvino delle voci dei personaggi provenienti da tutta Italia di quelle serate, uniti dalla passione per il vino nel bicchiere, è nata la realtà delle nuove Ragnaie, destinato a diventare uno dei nomi più importanti di Montalcino.
Chianti Classico DOCG 2017 – Cantina Ripoli Francesco Sarri è stata una conoscenza posteriore. Lo incrociai sui social sette anni fa, mentre stava scrivendo la sceneggiatura di un film dedicato a Nino Galloni, dirigente ministeriale testimone di passaggi politici riservati e decisivi per la storia del nostro paese. Scoprimmo poi di avere in comune una grande passione per il vino, che lui ha avuto modo di mettere a frutto realizzando una piccola produzione di Chianti Classico di mano direi addirittura filologica. Ripoli è ancora un nome da iniziati, ma credo che troverà presto risonanza maggiore.
Toscana IGT Viceré 2013 – Gimonda Elena dipinge con i pennarelli, dando agli studi compiuti a Brera una veste antiretorica, e lo stesso fa con il vino, saltando la tecnica, che pure conosce essendo risultata la seconda migliore diplomata del suo corso all’AIS di Roma, e lasciando che il vino e il suo istinto estetico si incontrino senza mediazioni. Una sera mi ha messo alla cieca nel bicchiere questo vino, sfidandomi a riconoscere cosa fosse, e io ho riconosciuto che era un vino particolarmente buono, con un carattere singolare. Non vedo l’ora di sentirlo di nuovo in un contesto diverso.
Ravenna IGT GS 2013 – Costa Archi Gabriele Succi, romagnolo verace, lo stemma di famiglia sulle etichette, è uno dei pochi produttori che negli anni abbia avuto la voglia e il coraggio di confrontarsi con gli appassionati prima sui forum e poi sui social, da appassionato e da produttore. Insieme a quelli di Elisa Mazzavillani, che ha una storia simile, i suoi sono oggi a mio parere i Sangiovese di Romagna più consapevoli e riusciti di una denominazione ancora gravata da un’immagine periferica. Questo GS è il vino -anzi, il Sangiovese- che Gabriele avrebbe sempre voluto fare, e che si distacca per in maniera netta dal panorama romagnolo. Per quale motivo, sarà interessante verificarlo insieme.
Giovedì 5 maggio alle 21:15, in Piazza della Motta 4 a Varese.
La serata si terrà con un minimo di 8 partecipanti.
La FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è oggi la maggiore associazione di piccoli produttori d’Italia, che raccoglie cantine di ogni regione fra le quali è sempre divertente cercare novità e denominazioni poco frequentate. La FIVI organizza un evento annuale a Piacenza che sta crescendo regolarmente e quest’anno ha raccolto oltre 600 espositori, a cui avrei voluto dedicare due giorni di lavoro, idea a cui purtroppo ho dovuto rinunciare optando per la sola giornata di domenica, comunque fruttuosa di incontri, dialoghi, assaggi e nuove etichette. Sono tornato a casa con un elenco piuttosto nutrito di produttori da richiamare, e un pugno di bottiglie Continua a leggere »
Dopo la bella serata di giovedì scorso dedicata a quattro vini di particolare e distinta personalità, tre dei quali eccezionali interpreti del carattere nobile del Nebbiolo, rimaniamo in Piemonte e insistiamo sul Nebbiolo, riproponendo lo schema di giovedì scorso, ma a canone inverso: un vino di Langa, gli altri tre dell’Alto Piemonte.
Il Nebbiolo di Langa sarà il Barbaresco “Roccalini” 2014 di Mainerdo, di cui giovedì scorso abbiamo potuto assaggiare un buonissimo Nebbiolo d’Alba, lo “Sgnuret” 2016, interprete di straordinaria purezza sia stilistica sia enologica del Nebbiolo giovane di stampo tradizionale, quasi arcaico. Con questo Barbaresco si mantiene l’impostazione stilistica e aumentano la struttura e la complessità. Sono curiosissimo Continua a leggere »